UNITI SI VINCE

Come ci ricordava Michele Serra in una sua recentissima Amaca, oggi la vera mission impossible a livello politico è quella di cercare di capire il contesto in cui viviamo, di approfondire i temi più delicati; il confrontarsi civilmente, il provare a ricostruire una coesistenza pacifica, il fare proposte non velleitarie o divisive ma stabili e inclusive. Il tutto, in uno scenario globale confuso e preoccupante. E’ molto più semplice invece mettersi alla finestra, registrare i malesseri popolari di “quel giorno”, farli propri e gettare benzina sul fuoco moltiplicando le grida, gli insulti, le promesse miopi ma di grande efficacia mediatica.

Ed infatti non perdono occasione Lega e anche  M5S per scaricare colpe sull’Europa a prescindere dall’argomento trattato. A loro vedere (e non solo…si tenga conto anche dei paesi di Visegrad): le élite che la governano hanno fallito totalmente la loro missione originaria e, nonostante ciò, perseverano nel difendere strenuamente le rigidità imposte dai trattati e i meccanismi burocratici che fungono da veri e propri freni per lo sviluppo delle nazioni.

Un’Europa effettivamente in affanno sotto pressione dall’urgenza dei problemi, dal combinarsi di alcune problematiche tra cui la debolezza del governo tedesco, i toni euroscettici del governo italiano, delle durezze del gruppo di Visegrad. Pare quasi avvicinarsi il pericolo della disintegrazione fin quasi al disastro ed Il suo spartiacque è rappresentato dalle elezioni europee che si terranno il prossimo Maggio 2019.

In gioco c’e il futuro stesso dell’Unione Europea e chiunque abbia presente la storia e le motivazioni che hanno dato vita alla stessa, è ben consapevole dell’importanza della salvaguardia della sua esistenza e della necessità ad una “chiamata alle armi” a difesa dei nostri principi democratici e di libertà che la comunità rappresenta. Non possiamo arrenderci a questa deriva demagogica, bensì dobbiamo reagire cercando di rimanere lucidi lottando affinché si affermi anche l’unità politica oltreché quella economica.

Per far ciò è d’obbligo fare un lavoro puntuale di informazione rivolto a tutti utilizzando dati e fonti attendibili. In questo percorso ci aiuta un ottimo lavoro svolto dall’ISPI (Istituto di Scienze politiche di Milano) che traccia i risultati di un percorso quindicinale e che noi vogliamo utilizzare per sfatare alcuni miti:

 

L’euro ha fatto aumentare i prezzi

FALSO

 

Dagli anni ’70 agli anni ’90 l’Italia registrava in media tassi di inflazione dell’11,5% all’anno, con punte superiori al 2

0%. È proprio con il Trattato di Maastricht (1992), e dunque con l’avvio della costruzione dell’euro, che l’inflazione è crollata. È comunque vero che nel momento dell’entrata in circolazione dell’euro (2002) alcune categorie hanno approfittato del passaggio lira–euro per ritoccare al rialzo i prezzi, come dimostra questo studio.

Ma ciò ha avuto un impatto minimo sull’andamento dei prezzi. Negli ultimi anni invece il problema sembra l’opposto: inflazione molto bassa o addirittura negativa (+0,2% nell’Eurozona e -0,1% in Italia nel 2016).

Il ritorno alla lira farà crescere le nostre esportazioni

FALSO

Una nuova lira sarebbe più debole dell’euro, con la conseguenza che nell’immediato le nostre esportazioni potrebbero risultare meno care all’estero. Non va però dimenticato che l’Italia importa molte materie prime, energetiche e non, dall’estero. Il loro acquisto sarebbe quindi più oneroso, riducendo il vantaggio dal lato delle esportazioni.

In ogni caso una lira con un cambio flessibile non sarebbe facilmente manovrabile per stimolare l’export in quanto facile preda di movimenti speculativi. Ma è ancora più importante ricordare che, al di là dei (limitati) effetti del tasso di cambio nel breve periodo, una vera ripresa delle esportazioni può avvenire solo se si diventa più competitivi. Un indicatore fondamentale al riguardo è la produttività del lavoro – ovvero quanto viene prodotto dal lavoratore per ora lavorata. È indicativo che dalla fine degli anni Settanta a oggi la produttività del lavoro in Germania sia cresciuta ogni anno di più di quella italiana. Il ritardo che abbiamo accumulato è enorme: mentre tra il 1979 e oggi la produttività tedesca è cresciuta dell’84%, quella italiana è cresciuta di poco più della metà (43%). Aumentare la spesa produttiva e procedere alle riforme strutturali è fondamentale per rilanciare la competitività del nostro paese.

 

L’euro funziona male perché la sua costruzione è incompleta

VERO

 

Il potenziale dell’euro non viene utilizzato appieno anche perché la sua costruzione è a oggi incompleta (qui un approfondimento dell’ISPI). È difficile infatti far funzionare bene una moneta unica se i suoi paesi crescono con velocità diverse. In alcuni campi molto è stato fatto per spingere verso una maggiore convergenza.

É il caso del coordinamento delle politiche di bilancio degli stati. Non è così però riguardo ad altre politiche, da quelle industriali a quelle del lavoro, al welfare. Un tentativo di maggior coordinamento c’è stato (la procedura per squilibri macroeconomici eccessivi), ma questo non impedisce alla Germania di avere ancora un saldo commerciale in evidente squilibrio (il 9% del Pil rispetto al vincolo Ue del 6%; qui un approfondimento).

Ancora molto carente è inoltre l’aspetto solidaristico. La condivisione del rischio è un taboo per la Germania, non solo in merito ai debiti pubblici ma anche in campo bancario. L’unione bancaria è infatti già operativa riguardo alla supervisione unica su tutte le grandi banche dell’Eurozona e in merito alla condivisione di regole comuni per la risoluzione di crisi bancarie (c.d. “bail–in”). Stenta invece a decollare quando si tratta della creazione di fondi comuni, per gestire ad esempio le stesse crisi bancarie o fornire garanzie comuni sui depositi. Carenze che, soprattutto nell’attuale clima di incertezza, spingono di nuovo i mercati a “pesare” diversamente i vari rischi paese nell’Eurozona.

 

Con l’euro l’Italia ha perso sovranità monetaria

VERO

 

Formalmente è così, ma va ricordato che, con la lira, la sovranità era già più formale che sostanziale. Spesso infatti la credibilità e forza del marco imponevano all’Italia, e agli altri paesi europei, di seguire le politiche monetarie decise dalla Bundesbank, e quindi legate alle sole esigenze tedesche. Inoltre l’Italia risultava a rischio di attacchi speculativi, che il parziale scudo offerto dall’allora Sistema Monetario Europeo (SME) non era in grado di arginare. Indicativo, ad esempio, l’attacco del 1992, quando la lira vide crollare in poco tempo il suo valore del 20%. In generale, è bene sottolineare che il concreto esercizio della sovranità (non solo in campo monetario) non dipende esclusivamente dal fatto che questa venga formalmente esercitata da una autorità nazionale, ma anche e soprattutto dalla credibilità/forza che a questa viene riconosciuta dal resto del mondo.

Con l’euro l’Italia ha casomai acquisito, nel concreto, una quota di sovranità perchè partecipa con gli altri paesi alla formulazione della politica monetaria (invece di subirla piuttosto passivamente) ed è riuscita anche ad esprimere il presidente della Bce.

 

 

La moneta unica ha fatto guadagnare di più alla Germania che all’Italia

FALSO

Nei primi anni dell’euro, la Germania veniva descritta come il grande “malato d’Europa”. Per far fronte

a questa situazione, Berlino ha realizzato una serie di profonde riforme che hanno rilanciato la competitività dei suoi prodotti, attraverso un aumento della produttività e una contestuale politica di moderazione salariale (riforme Hartz). È soprattutto questo alla base del successo commerciale tedesco, di cui ha beneficiato anche l’Italia esportando in Germania molti prodotti finiti e semilavorati.

Da tempo però Berlino viene criticata per tenere eccessivamente bassi i salari, deprimendo così anche la domanda di beni importati da altri paesi europei. L’Italia, d’altra parte, non ha saputo tradurre gli ingenti capitali affluiti nel paese (più di 200 miliardi di euro tra 1999 e 2007) in maggiore competitività, perdendo terreno dal punto di vista del saldo commerciale con il resto del mondo.

 

I paesi Ue fuori dall’Eurozona crescono più di quelli che stanno dentro

  VERO

 

Dal 2000 a oggi i paesi che sono entrati nell’Unione europea – ma non nell’euro – hanno visto triplicare il loro Pil, mentre i paesi dell’Eurozona lo hanno raddoppiato. Questo è tutt’altro che sorprendente, e risulta invece in linea con quanto prevede la teoria economica. I paesi dell’est Europa partono infatti da una condizione di sviluppo molto più arretrata rispetto alle “economie mature” che fanno parte dell’Eurozona. Nelle fasi iniziali di sviluppo i tassi di crescita dei paesi (grazie anche ad alti tassi di rendimento degli investimenti) tendono ad essere maggiori. Una dinamica molto più forte dell’adozione o meno della moneta unica.

 

Concludendo, il progetto europeo non era sbagliato, ma così come sottolineato in questi anni, l’unione economica non basta. Occorre associarla ad un’unione politica reale. Non possiamo e non dobbiamo cedere a forze populiste che non hanno progetti se non la disgregazione della stessa!!

 

 

Lascia un commento