APPELLO ALLA RAGIONE

Tutti noi siamo nati in un paese guarito dalle ferite di guerra, democratico e libero. Mi chiedo però quanti di noi diano per scontato la nostra libertà di parola, la nostra libertà di contestazione, di critica e di giudizio. Forse lo facciamo un po’ tutti finchè rimaniamo isolati e inconsapevoli di ciò che succede nel resto del mondo. Forse non ha più senso tornare al passato. Forse i tempi buii sono passati. Forse, alla fine dei conti, è anche normale non dargli più troppo peso, continuare a celebrare giornate come il 25 Aprile o come la festa della Repubblica senza neanche chiedersi il perchè, senza approfondire le nostre conoscienze, senza capire, come i bambini che appena coccolati smettono di fare troppe domande.
Ebbene, il mese di Giugno non è stato di certo dei più tranquilli e non mi riferisco solo all’ennesima nave ONG bloccata a largo delle coste di Lampedusa. Vorrei parlarvi di quell’altra fetta di mondo che spesso non viene menzionata nei notiziari italiani (probabilmente troppo impegnati a informarci sulle sagre a cui partecipa il nostro ministro degli interni).
Abitando in Cina è per me naturale e doveroso interessarmi alla situazione economica e soprattutto politica di questo immenso paese, nonchè dei paesi limitrofi.
Durante il mese passato Hong Kong ha visto una delle più grandi proteste della sua storia, persino più grande della rivolta degli ombrelli del 2014. Più di un milione di persone (1/7 della popolazione totale) è sceso nelle strade per opporsi fermamente all’approvazione di un emendamento voluto dal governo Cinese che prevede l’estradizione in Cina (chiamata Mainland per differenziarla da Hong Kong) di qualsiasi criminale di Hong Kong. Ovviamente nella parola “criminale” dobbiamo includere anche attivisti per i diritti umani, dissidenti politici o una qualsiasi persona che abbia da ridire sul governo comunista, sulla sua violazione dei diritti umani, su questioni come il Tibet, lo Xinjiang e addirittura Taiwan.
Il passaggio di un emendamento del genere significherebbe la fine della libertà di cui invece la città ha da sempre goduto. Per chi non lo sappia, Hong Kong divenne nel 1889, in seguito alla prima guerra dell’oppo, colonia britannica sottraendosi definitivamente all’influenza cinese.
Tornò sotto la sua supervisione solo nel 1997, 99 anni dopo. C’è da dire che in quei 99 anni la Cina,  partendo da una condizione di  arretratezza non dissimile da quella medievale, riuscì a traformarsi in uno degli stati più prosperi di questo pianeta. Ma questo fu solo uno dei suoi cambiamenti significativi. Nella seconda metà del Novecento l’ideologia comunista si diffuse per tutto il paese permeando la società, sconvolgendo le vite ordinarie di qualsiasi cittadino dall’ambito lavorativo a quello privato con il controllo delle nascite. Qui è difficile esprimere un giudizio, decretare cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, cosa sia bianco e cosa nero. Il comunismo portò il paese ad un maggiore rigore ma portò anche silenzio e conseguentemente indifferenza. Hong Kong riuscì a non esserne influenzata e prosperò con un sistema legale, economico e politico prettamente Inglese.
Chi di noi non è contro al colonialismo attuato dagli stati europei nei secoli passati? Ammetto di essere stata e di essere tutt’ora una forte sostenitrice dell’autodeterminazione dei popoli eppure, quando penso a quel piccolo lembo di terra non più grande della Valle D’Aosta, i miei pensieri si fanno confusi e non posso fare altro che rimettere in discussione tutto ciò che ritenevo fosse giusto e logico.
La differenza tra le due realtà è palpabile e sottraendosi dall’egemonia comunista Hong Kong ha acquisito dei tratti occidentali che la rendono il perfetto connubio tra ciò che più bello c’è dell’Occidente e ciò che più affascinante c’è dell’Oriente. Per non parlare del melting pot culturale che si è venuto a creare dopo un secolo. Provate a camminare per le vie di Hong Kong per dieci minuti e ditemi poi quante diverse etnie avete incrociato.
La domanda è dunque: è giusto che gli abitanti di Hong Kong protestino contro questa legge? In fin dei conti, se ci pensiamo, il ritorno di Hong Kong alla Cina è più che legittimo. E allora perchè protestare contro l’inevitabile?
Me lo sono chiesta più di una volta e non trovando una risposta soddisfacente ho chiesto a qualche mio amico straniero e cinese. È lì che con mio grande sgomento ho scoperto uno degli aspetti più terrificanti della società cinese. Alla mia domanda, la risposta del cinese è stata: “We don’t like to talk about these things, we don’t care.” (A noi cinesi non piace parlare di queste cose, non ci interessano)
Lì, seduta a quel tavolo, ho scoperto che la cosa più terribile in un popolo non è l’odio, ma nient’altro che l’indifferenza. Quando voltiamo le spalle ai grandi temi dei nostri tempi, quando non ci poniamo più domande, non leggiamo più un giornale, non discutiamo, non abbiamo una nostra personale opinione, è lì che la società muore. Il nostro essere cittadini di un determinato paese non ha più senso se non facciamo sentire le nostre voci, se non supportiamo o contestiamo le politiche di un governo, se non portiamo avanti le nostre battaglie con orgoglio e determinazione.
Sappiamo tutti però che la Cina è un caso a parte, che la censura e la sua chiusura verso il mondo esterno contribuiscono fortemente a questo senso di alienazione e disinteresse dei suoi abitanti.
Ma dopo quel discorso non ho potuto fare a meno che compararlo a tutti gli italiani che oggi non prendono una posizione politica. Ammetto che fino ai 20 anni, la politica non fosse stata  di certo uno dei miei maggiori interessi. Mi documentavo e conoscevo in linea generale cosa accadeva, chi era al governo e quali erano i problemi del paese. Tuttavia gli eventi degli ultimi anni mi hanno imposto di prendere una posizione, di parlare e dire la mia come cittadina italiana.
È il 2019 e i ragazzi di oggi preferiscono nettamente vivere in un mondo virtuale che in quello reale. Il mondo virtuale è fatto di apparenze e di una reputazione costruita foto dopo foto, non certo dibattito dopo dibattito. Schierarsi vorrebbe dire perdere inevitabilmente una fetta del consenso e in un mondo dove tutto quello che conta è quello che si mostra, non ci si può permettere ciò. Eppure il futuro del nostro paese si basa su questi giovani e le loro idee. Abbiamo bisogno di svegliare le coscienze e perchè no, anche di distruggere reputazioni fasulle. Oggi più che mai bisogna avere il senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il senso della legge non basta più.
Dov’è finito il senso morale e etico? Dove è finita quella chiara distinzione tra bene e male? Tra vita e morte?
Abbiamo bisogno di giovani pieni di speranza per il futuro, di coraggio, pronti a sfidare i dogmi imposti da vecchi e grassi politici, giovani brillanti e intraprendenti. Non possiamo più lasciar andare alla guerra pochi e piccoli soldati valorosi, è ora di farci avanti e portare avanti la nostra ragione.
Lavinia           

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